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#60: Vlog in Italian #2: Arezzo – Giostra del Saracino, Arte, Architettura

Secondo episodio del nuovo formato che vogliamo sperimentare su LerniLango: docu-podcast, cioè un podcast documentario (un vlog, diciamo) con audio e video riprese di una piccola passeggiata fatta nella città di Arezzo. Le riprese e l’audio vi guideranno alla scoperta della città, dei suoi luoghi, personaggi e delle sue tradizioni.
LerniLango, Podcast Italiano
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#60: Vlog in Italian #2: Arezzo - Giostra del Saracino, Arte, Architettura
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Introduzione

Secondo episodio del nuovo formato che vogliamo sperimentare su LerniLango: docu-podcast, cioè un podcast documentario (un vlog, diciamo) con audio e video riprese di una piccola passeggiata fatta nella città di Arezzo. Le riprese e l’audio vi guideranno alla scoperta della città, dei suoi luoghi, personaggi e delle sue tradizioni. 

Link per il video: https://youtu.be/2ztytnGjP3Q

Trascrizione

State ascoltando un docu-podcast prodotto da LerniLango, un’infrastruttura online per l’apprendimento della lingua italiana. Per saperne di più e per leggere la trascrizione del docu-podcast vienici a trovare su LerniLango.com. 

Per adesso buon ascolto della seconda parte del docu-podcast “A spasso nella storia di Arezzo”. 

Ciao e bentornati e bentornate ad Arezzo, nella seconda parte di questo docu-podcast dedicato alla città, ai suoi luoghi, alla sua storia, ai suoi personaggi. 

Oggi riprendiamo il viaggio da dove lo avevamo lasciato la scorsa settimana, e cioè dalla via che dalla casa di Petrarca ci porta in basso, verso il centro della città. 

Ed è proprio lì che adesso mi incammino. 

Ecco qui, di fronte a me, la strada principale della città: Corso Italia. La via dello shopping, principalmente, ma anche la via da cui poi si irradiano tutte le stradine e strade principali del centro storico, via che porta dritta, verso il basso, alla stazione centrale. 

Qui sulla destra potete vedere la bellissima biblioteca della città, sulla cui facciata ci sono gli stemmi di podestà e capitani che operarono ad Arezzo a partire dal 1600. I podestà erano dei magistrati supremi, cioè delle figure a cui era affidato il potere legislativo ed esecutivo nell’Italia centro-settentrionale. I capitani del popolo erano invece delle figure che bilanciavano, a livello locale, il potere e l’autorità delle famiglie nobili, tutelando così gli interessi del popolo.  

La biblioteca è molto grande e tra i suoi tesori si annoverano dei manoscritti medievali ed alcuni incunaboli, cioè i primi libri stampati con la tecnica dei caratteri mobili inventata da Gutenberg.  

Io non proseguirò a dritto su questa strada ma girerò a sinistra verso piazza grande, la piazza centrale di Arezzo. Un ultimo sguardo a questa bella biblioteca e via, giriamo a sinistra, attraversando questo bellissimo loggiato del palazzo delle logge, appunto, progettato da Giorgio Vasari nel 1573 su commissione di Cosimo I De’Medici. 

Sotto questo loggiato, come vedete, ci sono botteghe artigiane di antiquariato principalmente e ristoranti interessanti: devo dire che è molto piacevole fare aperitivo o bere un caffè qui, guardando la piazza. 

Ma spostiamoci ora in un punto differente per avere una visione completa della piazza. Eccola qui! 

Allora, questa è la chiesa di Santa Maria della Pieve, risalente al XII secolo.

Questo il palazzo della Fraternita dei Laici, un’istituzione che aiutava i poveri e gli infermi fondata nel 1262.

Ed ecco di nuovo il palazzo delle logge.  

E qui come vedete la piazza è in discesa, molto simile a piazza del campo di Siena.

Questo è il pozzo della piazza, direttamene collegato alla fonte pubblica che è qui, ed entrambi facevano parte di un più ampio progetto per la realizzazione di un acquedotto cittadino promosso e finanziato dalla Fraternita dei Laici dal 1560. 

In quegli anni solo le famiglie nobili avevano un pozzo privato e dunque la possibilità di accedere costantemente all’acqua. Questo pozzo fu invece pensato per il popolo, per essere utilizzato ad esempio come lavatoio pubblico o abbeveratoio per i cavalli. 

Questa indicata qui, invece, è la colonna infame o petrone, il luogo cioè dove si affiggevano, come su una bacheca, le citazioni in giudizio o le condanne per reato, in modo che i colpevoli fossero sottoposti al pubblico ludibrio, cioè alla derisione pubblica. 

Ed ecco qui una visuale migliore su piazza grande. Come vi ho detto nel primo episodio, in questa piazza ha luogo, ogni anno, due volte all’anno, a giugno e a settembre, lo storico evento della giostra del Saracino. 

Questo torneo equestre ha origini medievali, sebbene si disputi solo dal 1931. 

Ogni anno, i cavalieri rappresentanti dei quattro quartieri di Arezzo (Porta Crucifera, Porta del Foro, Porta di Sant’Andrea, Porta di Santo Spirito) si sfidano a duello per dimostrare, come fin dal passato, la loro abilità. 

L’obiettivo è colpire con la lancia il cartellone affisso al buratto, questo pupazzo che vedete nella foto. 

Questo cerchiato è il cartellone, diviso in settori che hanno tutti valori diversi indicati dai numeri romani. Il centro ad esempio vale cinque punti, il quadrante in alto a sinistra tre eccetera, eccetera, eccetera. 

Se la lancia cade durante l’impatto i cavalieri perdono tutti i punti, se si spezza, invece, i punti raddoppiano!

Vince ovviamente chi fa più punti. 

La corsa del cavaliere è chiamata Carriera. 

La giostra del Saracino è sempre preceduta dallo spettacolo degli sbandieratori (ogni quartiere ne ha di propri), dall’esibizione dei Musici della giostra del Saracino (cioè musicisti) ed infine dal meraviglioso corteo storico di 311 figuranti in costumi d’epoca mentre i quartieristi (cioè i tifosi dei quartieri) e il pubblico si dispongono intorno per fare il tifo. 

Tra i figuranti ci sono i giudici della gara ad esempio, o i Famigli del Buratto (cioè i responsabili del buratto, il pupazzo che viene colpito dai cavalieri). 

Ed infine, alla fine di questo corteo, entrano i cavalieri, di corsa, a cavallo! 

Dopodiché la giostra ha inizio.

Nei dieci giorni che precedono la manifestazione ogni quartiere organizza degli eventi come cene o attività culturali e di intrattenimento, eventi che si concludono con la Cena propiziatoria, cioè una cena, all’aperto, per le vie del centro storico, fatta tra i commensali di ogni quartiere alla vigilia della giostra.

Chissà se quest’anno avrò la fortuna di parteciparvi: tutto dipenderà dal COVID. 

Prima di passare alla prossima tappa, ho una domanda da farvi. 

Avete visto il film La vita è bella di Roberto Benigni? Se sì, ricordate la scena in cui scende in bici con sua moglie e suo figlio in una piazza? La piazza del film è proprio questa, piazza grande di Arezzo. 

Adesso, con questa bella scena, lasciamoci la piazza alle spalle e continuiamo con la nostra passeggiata, dirigendoci ora verso la Basilica di San Francesco, per scoprire un altro personaggio importante legato a questa città.

Nel tragitto, godetevi un po’di stradine del centro storico. 

Eccoci qua, arrivati in Piazza S. Francesco, ecco la Basilica, non molto bellina esternamente, molto rustica direi, ma a noi interessa ciò che c’è dentro e cioè Le storie della vera croce, un ciclo di affreschi di Piero della Francesca, il personaggio di cui adesso vi parlerò.

Piero della Francesca è un pittore e matematico italiano nato a San Sepolcro, in provincia di Arezzo, nel 1415 circa (non si hanno infatti dati certi sulla sua nascita). 

Piero della Francesca è un artista rinascimentale, operante cioè nel Rinascimento. 

Con il termine Rinascimento si indica la stagione letteraria, artistica, filosofica e scientifica nata e attiva in Italia tra il Quattrocento e il Cinquecento. 

Il termine Rinascimento è usato da Giorgio Vasari (un altro aretino, pittore, architetto e famoso storico dell’arte), è usato dicevo per la prima volta dal Vasari per indicare il rinnovamento della pittura introdotto da Giotto e Cimabue. 

La chiesa contenente il crocifisso del Cimabue sarà l’ultima tappa di questo docu-podcast, e quando saremo lì vi parlerò di questa innovazione nella pittura. Procederemo dunque a ritroso nella storia: adesso ritorniamo al Rinascimento. 

Il Rinascimento fu caratterizzato da un grande amore per ogni manifestazione della cultura classica (pittura, scultura, architettura, letteratura, filosofia, scienza) e dalla consapevolezza della centralità e del valore dell’uomo, unico artefice del proprio destino. 

Per cultura classica si intende la cultura greca e latina. 

L’arte dei greci e dei romani è naturalistica, imita cioè la natura. 

E cosa c’è bisogno di fare per imitare la natura? Bisogna capire come funziona. 

Da qui la centralità, nell’arte rinascimentale, della prospettiva e delle proporzioni, due strumenti che consentirono agli artisti di studiare la natura ed imitarla nelle loro opere, perché questi due strumenti permisero un’esatta rappresentazione delle cose e della loro posizione nello spazio.  

Prospettiva e proporzioni sono alla base degli affreschi di Piero della Francesca che ora vi mostrerò. 

Attenzione però: ricordiamo che la Chiesa, la religione, hanno un ruolo ancora dominante nella cultura del tempo, quindi i soggetti dipinti non possono che essere religiosi. Quindi, arte naturalistica sì, ma fino a un certo punto. 

Il soggetto dipinto da Piero della Francesca è infatti a carattere religioso, e cioè la leggenda che racconta la storia del legno su cui venne crocifisso Gesù Cristo: è una leggenda che si può leggere in Leggenda aurea, una raccolta medievale di agiografie, cioè di vite di santi, scritte da Jacopo da Varazze, un frate domenicano.

Dopo aver percorso la navata laterale della chiesa, si entra nella cappella della chiesa e gli affreschi abbracciano lo sguardo a 360 gradi: è veramente bello entrare dalla porticina e poi farsi investire dalle immagini.

Questa è la prima scena della storia: Adamo sta morendo e suo figlio gli mette in bocca il germoglio dell’albero della conoscenza donatogli dall’arcangelo Michele, albero che fornirà il legno della croce di Cristo.  

Poi, nella seconda scena, la regina di Saba, attraversando un ponte, riconosce in una trave il legno dell’albero della conoscenza e si inginocchia ad adorarlo. 

Terza scena, la regina porta la trave al re Salomone che, prossima scena, la fa seppellire, perché la regina aveva profetizzato a Salomone che quella trave sarebbe stata la rovina del giudaesimo. 

Qui, è invece rappresentato il sogno dell’imperatore romano Costantino, a cui, prima della famosa battaglia sul ponte Milvio contro Massenzio, un angelo rivelò in sogno che avrebbe vinto solo se avesse combattuto in nome di Dio. 

Ecco la rappresentazione della battaglia del ponte Milvio. 

Dopo il sogno di suo figlio, Elena, madre di Costantino, decide di recarsi in terrasanta per rinvenire la croce di Cristo e quelle dei due ladroni che erano stati crocifissi con lui. 

In questa scena, è rappresentata la tortura dell’unico uomo che sapeva dove fossero le croci e che è stato torturato, appunto, perché parlasse. 

Ed ecco qui infine il ritrovamento delle tre croci e il riconoscimento da parte di Elena di quella di Gesù Cristo, sulla quale si inchina per adorarla. 

Questo tipo di arte era in passato un po’come i fumetti per noi contemporanei, e rappresentava inoltre una forma di narrazione e intrattenimento, soprattutto per chi non sapeva leggere. Per le famiglie nobili che invece commissionavano questi lavori agli artisti, era fonte di prestigio e riconoscimento sociale.

E dopo un ultimo sguardo a questa meraviglia, lasciamo piazza San Francesco alle spalle e incamminiamoci verso l’ultima tappa della passeggiata: la Basilica di San Domenico, dove vi mostrerò il crocifisso di Cimabue. 

Ci siamo quasi…eccola qua! La chiesa di San Domenico, iniziata nel 1275 e terminata nel XIV secolo.

Ecco che ci avviciniamo a poco a poco al bellissimo crocifisso dipinto a tempera e oro su legno.

Come ho detto prima, il Rinascimento è stato il culmine di un processo di innovazione artistica avviato da Cimabue e Giotto, i quali sono stati i primi (Giotto in realtà più di Cimabue) ad allontanarsi dalla rigidità e piattezza dell’arte bizantina. 

Le figure piatte dell’arte bizantina prendono volume, guardate ad esempio il torace e il ventre di Cristo qui, nel crocifisso: si staccano dallo sfondo, è più plastici.

Anche l’assenza di espressività dei volti dell’arte bizantina viene superata da Cimabue (e poi ancor di più da Giotto), che come vedete ha dipinto il volto di Cristo in un’espressione di sofferenza. 

Una volta all’università ho letto un articolo che parlava della differenza tra figure piatte e figure tridimensionali, tra presenza e assenza di prospettiva nelle rappresentazioni artistiche. 

Si diceva che ciò fosse dettato dal modo in cui l’uomo si percepisce in relazione alla natura: parte di un tutto più grande, quando rappresenta le cose piatte, individuo nello spazio tra tanti altri individui diversi da lui, se le rappresenta in prospettiva. 

E si diceva che non fosse un caso che la prospettiva esistesse maggiormente nell’arte di società individualistiche. 

Non so perché ma penso che questo potrebbe essere un interessante spunto di riflessione per voi, spunto di riflessione con cui vi lascio e concludo questa bella passeggiata ad Arezzo. 

Sì, sono uscita dalla chiesa e le campane hanno iniziato a suonare: giuro che non l’avevo progettato. Ma mi sembra un ottimo finale, ad effetto.

E con questo suono di sottofondo, vi saluto, vi ringrazio come sempre di essere arrivati e arrivate fino alla fine e ci sentiamo alla prossima, in un’altra città. 

Ciao!

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