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#65: La vita di Dante Alighieri

In questo episodio del podcast di livello intermedio scopriamo insieme la biografia del poeta italiano più famoso al mondo, cioè Dante Alighieri.
LerniLango, Podcast Italiano
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#65: La vita di Dante Alighieri
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Introduzione

In questo episodio di livello intermedio scopriamo insieme la biografia del poeta italiano più famoso al mondo, cioè Dante Alighieri.

Vídeo: https://youtu.be/xOfFZfnnWkg

Trascrizione

State ascoltando “Persone d’Italia”, una rubrica creata da LerniLango, uno spazio online per imparare la lingua italiana. Per maggiori informazioni e per leggere la trascrizione del podcast vienici a trovare su Lernilango.com.

Per adesso buon ascolto dell’episodio “La vita di Dante Alighieri”.

Ciao e benvenuti e benvenute nel primo episodio di una nuova rubrica di podcast di livello intermedio che abbiamo creato su LerniLango. Questa rubrica si chiama “Persone d’Italia” e racconta uomini e donne italiane che hanno scritto la storia del bel paese.

Nell’episodio di oggi vi racconterò la vita di Dante Alighieri. Questo sarà un episodio di livello intermedio, dove userò il congiuntivo e il passato remoto. Quindi, non mi resta che augurarvi un buon ascolto.

Il nome corretto del poeta più famoso d’Italia è Durante Alighiero degli Alighieri, conosciuto in tutto il mondo con il nome di Dante Alighieri.

Dante Alighieri nacque a Firenze da una famiglia di origini nobili. La sua data di nascita è incerta. Dalla lettura di alcune sue celebri opere letterarie, come la Vita nova, il primo canto dell’Inferno e alcuni versi del Paradiso, gli studiosi hanno ipotizzato la nascita di Dante Alighieri tra il 21 maggio 1265 e il 21 giugno 1265.

Purtroppo non si conosce con esattezza il giorno di nascita di Dante, ma si sa che è nato sotto il segno dei Gemelli.

La lettura e lo studio delle sue opere letterarie hanno aiutato molto gli studiosi e i commentatori di Dante nel definire molti aspetti oscuri, quindi poco chiari, della sua biografia.

Ad esempio, sono state tramandate notizie brevi e frammentate sui genitori di Dante. Conosciamo il nome della madre e del padre ma non conosciamo tutti i particolari della vita dei suoi genitori.

Dante Alighieri non ha citato mai direttamente i suoi genitori nelle sue opere letterarie e per questo motivo è incerta anche la nobiltà della famiglia Alighieri.

La madre di Dante si chiamava Gabriella degli Abati (o anche nota come Monna Bella), ed è probabile che Bella appartenesse alla nobile famiglia fiorentina degli Abati. Si pensa che fosse nata a Firenze.

Oggi però, sulla base di alcuni studi condotti sulla genealogia della famiglia “Degli Abati”, sembra che la madre di Dante fosse in realtà originaria di un paesino in provincia di Pisa, cioè di Montegemoli. 

Tuttavia, è bene specificare che sono ipotesi basate su varie interpretazioni. Infatti questo studio è stato condotto sulla diffusione del cognome “Degli Abati”, e questo cognome era semplicemente tipico della zona di Montegemoli.

Gabriella degli Abati sposò Alighiero di Bellincione e dalla loro unione nacque Dante Alighieri.

Ebbero un solo figlio, Dante, poiché la madre morì molto giovane, quando Dante era ancora un bambino. Secondo alcune ricostruzioni, Dante divenne orfano di madre all’età di 5 o 6 anni.

Il padre poi decise di risposarsi con Lapa di Chiarissimo Cialuffi. Da questa nuova unione nacquero due figli: Francesco e Tana, diminutivo di Gaetana. Probabilmente, senza però alcuna certezza, ebbero una terza figlia femmina.

Il destino glorioso e poetico di Dante sembra che fosse già segnato. Giovanni Boccaccio nella sua opera letteraria Vita di Dante Alighieri racconta un piccolo particolare, racconta cioè un sogno che è stato fatto da Gabriella Degli Abati mentre era incinta di Dante.

In un sogno, Gabriella partorisce il figlio Dante sotto un albero d’alloro. L’alloro, nel Medioevo, era una pianta con un valore iconografico e simbolico molto importante.

L’alloro, nel Medioevo, indicava la gloria poetica: un poeta veniva infatti incoronato con l’alloro quando raggiungeva il successo più alto nella sua carriera.

La simbologia dell’alloro, eredità dantesca, giunge fino ai nostri giorni. Oggi, in Italia, studenti e studentesse, al termine del loro percorso di studi universitari, quando si laureano, vengono incoronati, proprio come Dante, con una corona di alloro.

Dante proveniva da una famiglia economicamente agiata, quindi la sua famiglia poté dare al figlio una formazione classica e di qualità, come era d’uso a quel tempo.

Tra i mentori di Dante spicca il nome di Brunetto Latini. Nel XV canto dell’Inferno racconta che è proprio grazie agli insegnamenti del maestro Brunetto Latini che lui ebbe l’occasione e la possibilità di apprendere l’arte della retorica.

Cos’è la retorica? La retorica è l’arte del parlare con stile e con eleganza. Attraverso l’apprendimento dell’arte della retorica si è in grado di dosare, scegliere e bilanciare correttamente le parole nei discorsi pubblici e privati.

Dante era un uomo molto impegnato dal punto di vista politico e sociale, quindi capì molto presto che era necessario migliorare il proprio linguaggio così da poter vivere al meglio le esperienze politiche.

Dante era, infatti, un uomo molto curioso, intelligente e pieno di interessi. Nel corso della sua vita Dante si è occupato di astronomia, cosmologia, matematica, teologia, linguistica, poesia, politica e anche di questioni etiche e filosofiche.

Per poter attuare e diffondere il suo impegno politico e sociale, era necessario avere un linguaggio forte e ben strutturato.

Dante svolgeva il ruolo di “intellettuale cittadino”, cioè una persona che, grazie alla sua intelligenza e alla sua possibilità di istruirsi, si metteva al servizio della sua città.

I suoi mentori “poetici” furono i poeti provenzali, i poeti siciliani, Guittone d’Arezzo, Guido Guinizelli e Guido Cavalcanti. Dante leggeva le poesie di questi autori e grazie alla loro influenza benevola iniziò a muovere i primi passi verso le prime parole in rima, iniziò cioè a comporre le prime poesie.

E proprio tra le prime poesie scritte da Dante incontriamo un personaggio centrale della sua produzione letteraria, cioè Beatrice Portinari.

Beatrice è la protagonista delle primissime poesie dantesche e sarà, come è risaputo, un personaggio fondamentale della Divina Commedia.

Beatrice fu per Dante una musa, una fonte da cui traeva continue ispirazioni. Si innamorò di lei di un amore platonico, cioè un amore che non è consumato, un amore non carnale.

La vita intellettuale di Dante ruotava attorno alla figura di Beatrice Portinari, però bisogna sapere che nella realtà Dante aveva una moglie.

Prima di morire, il padre, Alighiero di Bellincione, aveva stipulato un contratto matrimoniale nel 1277 per il figlio Dante. Attraverso questo documento ufficiale e riconosciuto da un notaio ser Oberto Aldovini, il padre aveva promesso in matrimonio il figlio Dante a Gemma Donati.

Gemma era quindi la moglie, ma in tutta la produzione dantesca non vi è una sola e minima traccia della presenza di questa donna nella vita di Dante. Ogni attenzione e ogni sospiro d’amore Dante li aveva riservati solo a Beatrice Portinari.

Il matrimonio tra Dante e Gemma sembrava essere proprio il classico matrimonio combinato. Nel Medioevo, la consuetudine di combinare matrimoni era dettata dalla volontà di proteggere il patrimonio economico o di arricchirsi ancor di più.

Quindi sembra lecito e plausibile pensare che tra Dante Alighieri e Gemma Donati mancasse l’amore vero e autentico.

Ma anche Beatrice era stata promessa in sposa, in modo combinato, ad un ricco banchiere fiorentino, Simone de’ Bardi.

La musa ispiratrice di Dante, ovvero Beatrice, morì improvvisamente nel 1290; le fonti storiche riferiscono che molto probabilmente la donna morì dando alla luce il suo primo figlio.

La morte di Beatrice diede inizio ad un grande periodo di smarrimento e di confusione per Dante perché Beatrice rappresentava per lui una certezza e un punto di riferimento.

Per lenire il suo dolore e per combattere il lutto, Dante trovò rifugio nella lettura e nello studio di testi filosofici, in particolare le opere di Boezio, Cicerone, Platone, San Tommaso d’Aquino.

La sua biblioteca si arricchì di tanti libri di autori diversi. Dante si rifugiò nella lettura e nello studio per cercare di distogliere la mente dal pensiero fisso della donna che amava e che improvvisamente non c’era più.

Iniziò così a leggere anche opere di autori della letteratura latina, come Virgilio, che rappresentò per Dante un maestro e sarà lo stesso Virgilio ad accompagnare Dante tra l’inferno e il Purgatorio. 

Lesse, inoltre, in questo periodo Ovidio, Lucano e Stazio e riscoprì i poeti provenzali, in particolare il poeta Arnaut Daniel. 

Alla lettura si aggiunsero le prime esperienze politiche nella sua Firenze. La legge fiorentina del tempo prevedeva che per poter esercitare una carica politica era necessario far parte di una corporazione, cioè di un’associazione.

Così Dante si iscrisse alla corporazione dei Medici e degli Speziali e nel 1300 ricoprì la carica di Priore, una carica politica e cittadina molto importante.

Nell’anno della carica a Priore, Firenze diventò un terreno di scontro. Scoppiò una guerra civile tra i Guelfi Bianchi e i Guelfi Neri. I Guelfi Bianchi volevano la libertà di Firenze, i Guelfi Neri invece volevano che Firenze e tutta la Toscana cadessero sotto il potere della Chiesa.

Alla fine i Guelfi Neri vinsero e Firenze e la Toscana persero la loro autonomia. Dante, che parteggiava per i Guelfi Bianchi, si era recato a Roma come ambasciatore quando accaddero questi eventi.

Da quel momento, cioè dal 1302, Dante non poté più rientrare a Firenze, fu condannato al rogo in quanto membro dello schieramento sconfitto: per questo motivo per salvarsi fuggì in esilio.

Poiché era un intellettuale cittadino divenne un uomo di corte, cercò cioè di trovare riparo presso le corti dei potenti signori aristocratici. All’interno di una corte, la figura dell’intellettuale era molto richiesta perché aiutava nelle scelte politiche e portava lustro e prestigio.

Dante, nonostante vivesse al servizio di un signore, non tradì mai i suoi principi e i suoi valori e rimase sempre fedele alla sua libertà e alla sua autonomia.

Durante gli anni dell’esilio, Dante visse la situazione politica italiana da spettatore esterno. I suoi occhi osservarono lotte, divisioni, mancanza di ordine e di moralità in tutto il Paese. 

Secondo Dante questo accadeva perché mancava, nel Paese (che non possiamo ancora chiamare Italia) una figura forte e autorevole, come un imperatore, che potesse garantire ordine e potesse anche aiutare la Chiesa a tornare ad essere una guida spirituale.

Ed è così che, in questo contesto storico e politico, nacque il progetto della Divina Commedia, come bisogno di far qualcosa per aiutare il proprio Paese a superare il periodo storico difficile caratterizzato da guerre e poca moralità cristiana. 

Dante trascorse il lungo periodo dell’esilio spostandosi da una città all’altra e riuscendo a trovare ospitalità presso le corti signorili. 

Soggiornò brevemente a Forlì alla corte della nobile famiglia degli Ordelaffi, si recò anche a Bologna, a Padova e a Treviso. Da Treviso fu chiamato alla corte di una nobile famiglia toscana, i Malaspina.

Proprio presso la corte signorile dei Malaspina, Dante riuscì a mettere a frutto il talento diplomatico e riuscì ad ottenere un accordo di pace tra la famiglia Malaspina e il vescovo della città di Luni, Antonio Nuvolone da Camilla.

Nel 1307 Dante lasciò la Toscana del Nord per recarsi verso la provincia di Arezzo e precisamente nella zona dell’attuale città di Poppi. A Poppi, Dante, trovò ospitalità presso la famiglia dei conti Guidi e qui iniziò a scrivere la prima cantica della Divina Commedia, cioè l’Inferno.

Tra il 1308 e il 1310 sembra che Dante abbia viaggiato tra Lucca e Parigi. Sembrano esserci alcuni riferimenti al viaggio parigino nella Divina Commedia e in alcune fonti tramandate da Giovanni Boccaccio.

Molto probabilmente però, era ritornato in Italia già nel 1310 perché era a conoscenza della venuta in Italia dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo per essere incoronato re dal Papa Clemente V.

A Ravenna si trasferì stabilmente nel 1318 e qui riuscì a creare un proprio gruppo letterario, formato dai figli Pietro e Jacopo e da alcuni giovani intellettuali ravennati.  Continuò anche a portare avanti il suo impegno politico al servizio delle nobili famiglie del tempo.

La città di Ravenna e la città di Venezia rischiavano di far scoppiare una guerra a causa di contrasti continui. Allora la nobile famiglia ravennate mandò Dante a Venezia per cercare di instaurare un dialogo per giungere così ad un accordo diplomatico.

Dante rientrò a Ravenna con la vittoria in tasca, ma durante il viaggio di ritorno, da Venezia a Ravenna, contrasse la malaria.

La malattia non gli lasciò scampo e così morì a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321.

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