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#14: La scuola italiana dal secondo dopoguerra a oggi

In questo episodio di livello avanzato continuiamo a percorrere l’evoluzione storica del sistema scolastico italiano, dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. Vediamo inoltre alcuni problemi del mondo della scuola italiana. Scopri di più su https://lernilango.com
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#14: La scuola italiana dal secondo dopoguerra a oggi
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Introduzione

In questo episodio di livello avanzato del nostro podcast continuiamo a percorrere l’evoluzione storica del sistema scolastico italiano, dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. Vediamo inoltre alcuni problemi del mondo della scuola italiana. 

Trascrizione 

State ascoltando “le cose italiane”, una rubrica prodotta da LerniLango, un’infrastruttura online per l’apprendimento della lingua italiana. Per saperne di più e per leggere la trascrizione del podcast vienici a trovare su Lernilango.com.

Per adesso buon ascolto dell’episodio “la scuola italiana dal secondo dopoguerra a oggi”.

Nell’episodio di oggi continuiamo a percorrere l’evoluzione storica della scuola italiana, e ripartiamo da dove l’avevamo lasciata nell’episodio precedente, cioè al secondo dopoguerra. 

La seconda guerra mondiale è finita, il 2 giugno del 1946 nasce la repubblica italiana, la costituzione creata per questa nuova repubblica entra in vigore il primo gennaio del 1948. 

Nella costituzione possiamo leggere alcuni articoli che riguardano il settore dell’educazione e dell’istruzione, tra cui l’articolo 3, forse il più bello dell’intera costituzione. Ve lo leggo, l’articolo 3 recita così:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Bello vero?

Comunque, spostiamoci negli anni Sessanta. In questi anni  l’Italia attraversò un periodo di forte crescita economica, periodo conosciuto come “Boom economico” o “Miracolo economico italiano”. In questo periodo l’Italia passò da un’economia di tipo agricolo ad una di tipo industriale, passaggio che comportò un trasferimento di massa della popolazione dalle campagne alle città. In questi anni dunque, frequentare la scuola diventò uno strumento di ascesa sociale. Il lavoro minorile diminuì (meno nel Meridione) e la frequenza scolastica aumentò. 

Nel ‘62 la scuola media viene unificata a tre anni uguali per tutti, senza più nessuna distinzione tra scuola media triennale e corsi di avviamento professionale, e soprattutto la scuola media diventò obbligatoria per tutti, portando così l’obbligo scolastico a 8 anni. 

Gli anni Sessanta, furono inoltre gli anni del Sessantotto, quel fenomeno socio-culturale di contestazioni giovanili che ebbero luogo anche in Italia come nel resto d’Europa. Uno degli impatti più significativi del 68’ sul sistema scolastico italiano fu quello di aprire a tutti, tutti, i diplomati l’accesso a tutte, tutte, le facoltà universitarie. 

Tra le conquiste degli anni ‘70, invece, ci fu l’integrazione degli studenti con handicap nelle classi “normali”, ai quali venne affiancato l’insegnante di sostegno, una figura professionale che nasce proprio in questo periodo. 

Gli anni Novanta furono caratterizzati solo dall’aumento dell’obbligo scolastico di un anno, che passò da 8 a 9 anni. 

Gli anni 2000, infine, non previdero molti cambiamenti, e furono principalmente caratterizzati dagli effetti della Strategia di Lisbona, un programma per la crescita e l’occupazione voluto dall’unione europea con gli obiettivi di:

  • aumentare l’efficacia dei sistemi di istruzione in Unione Europea;
  • aprire i sistemi di istruzione al mondo esterno;
  • facilitare l’accesso ai sistemi di istruzione. 

Ed è per questo che in Italia nacquero le lauree triennali e magistrali da un lato, e dall’altro il sistema dei CFU, cioè i crediti formativi universitari. I CFU sono una modalità di misurazione degli esami universitari valida e uguale in tutta Europa. Il sistema dei CFU ha semplificato le modalità di riconoscimento degli esami universitari per gli studenti in mobilità. Se infatti io volessi studiare in una università spagnola, grazie a questo sistema molti degli esami che ho già sostenuto verrebbero riconosciuti.  

Infine, è negli anni Novanta che il sistema scolastico italiano assume la struttura che noi oggi conosciamo, e che ho descritto nel podcast precedente. 

Ma passiamo ora a qualcosa di più attuale, il concorso scuola di cui tanto si parla e che tanto si sta aspettando (almeno tra noi insegnanti).

In Italia ci sono quasi 200.000 docenti precari (con contratti cioè a tempo determinato) e circa 400.000 che aspettano il concorso ordinario (che permetterà, se vinto, di diventare immediatamente docenti a tempo indeterminato).

Il 63% degli insegnanti e delle insegnanti in Italia ha più di 50 anni, mentre solo l’1% ha meno di 30 anni. Dunque, il problema è chiaro: se i più grandi non vanno in pensione, i più giovani non possono prendere il loro posto. Il sistema dunque rimane immobile, e non c’è un naturale ricambio generazionale. E questo è uno dei problemi del precariato, della “supplentite” come si legge oggi nei giornali, una malattia che colpisce i poveri insegnanti e le povere insegnanti che vengono sballottati e sballottate da nord a sud, da Napoli a Palermo, da provincia a provincia, da paesino a paesino per fare poche ore di supplenza (se hanno fortuna, e ricevono “la chiamata”). 

Sballottare è, credo, il termine più adatto a questa situazione, perché significa – cito il treccani – “mandare qualcuno da un luogo a un altro, in una sede spesso lontana e disagiata”. Per poter fare le supplenze, in Italia, devi inserirti in una graduatoria, e aspettare “la chiamata”. Anche io l’ho fatto, e sino ad ora sono stata chiamata per una supplenza in Liguria di 2 ore, e poiché vivo in Toscana avrei speso molti più soldi per raggiungere la Liguria di quanti ne avrei guadagnati facendo le ore di supplenza. 

Il virus non ha certo reso le cose più semplici: l’anno scorso sono andati in pensione circa 42.000 docenti, quest’anno ci sono 120.000 cattedre libere ma…non tutti accettano di spostarsi al nord (dove la possibilità di ottenere una supplenza è più alta), e questo a causa del virus. 

Perché dunque questo concorso è in ritardo? I motivi sono vari.

Anzitutto c’è bisogno di commissioni per giudicare e valutare le prove, perché un concorso è come un esame scritto e orale. I membri delle commissioni vanno pagati, i fondi sono pochi e la retribuzione minima. Quindi è difficile trovare chi accetti di farlo per pochi soldi. 

Avviare un concorso, inoltre, richiede una mole di lavoro significativa, e l’infrastruttura del ministero dell’istruzione è inadeguata, a causa della scarsità di personale. 

Infine, il sistema dei concorsi italiani è inceppato, ormai da anni. Servirebbe infatti un nuovo sistema di reclutamento, più strutturato e efficace. In questi giorni si sente infatti parlare sui giornali dell’esigenza di un piano Marshall per la scuola italiana.

Dunque, che dire? Purtroppo poco, c’è da dire poco su questa situazione, su questa cosa. Come sempre, per fortuna o purtroppo (per citare Giorgio Gaber e la sua canzone “Io non mi sento italiano”), dicevo per fortuna o purtroppo dobbiamo aspettare e fare quello che sappiamo fare meglio…arrangiarci. 

Siamo arrivati alla fine di questo episodio, grazie per l’ascolto e a presto!

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